Dossier Agenda 2030/ Accaparrarsi la Terra (23)

    Questo dossier fa parte degli approfondimenti dedicati all’Agenda 2030 e analizza il target 15: la vita sulla terra.

    Il land grabbing, l’accaparramento della Terra, è un fenomeno spesso collegato alle cause di conflitti, di guerre e di migrazioni. Si concretizza attraverso l’acquisto, l’affitto sottocosto o l’espropriazione dei terreni alle popolazioni locali per grandi coltivazioni, spesso a monocultura e per lo sfruttamento di risorse naturali. Il land grabbing è guidato da interessi economici e politici di poteri sovrani ed imprenditoriali che si svolgono al di sopra dei diritti, dei bisogni e delle speranze delle comunità locali.

    Il fenomeno esiste da molti anni, ma è dall’inizio della crisi finanziaria del 2007 che è cresciuto in maniera esponenziale. Molto spesso dai terreni accaparrati vengono cacciate intere comunità, senza prevedere nessun tipo di risarcimento. I mandanti possono essere i governi di altri Stati, i consigli di amministrazione di grandi aziende o investitori privati.  La maggior parte dei terreni non è venduta, ma data in affitto (leasing) per periodi molto lunghi, di solito 25, 50 o 99 anni.

    In questo dossier analizziamo il fenomeno attraverso il rapporto redatto dal Focsiv dal titolo “I padroni della terra, rapporto sull’accaparramento della terra 2019” e i dati del Land Matrix (vedi Chi fa cosa). Dal rapporto emerge che nel 2018 i contratti di acquisto o locazione di terra in corso di negoziazione, conclusi e falliti, hanno raggiunto i 1.800 per una dimensione totale di 71 milioni di ettari.

    Di seguito riportiamo le tabelle riferite ai primi dieci Paesi investitori e ai dieci principali target, oltre al grafico che ripercorre i principali casi di land grabbing del 2018 estrapolate dal rapporto del Focsiv.

    In Africa

    Quello africano è il Continente dove si svolgono le maggiori acquisizioni di terra su larga scala. Secondo l’Lmi le ragioni sono molteplici: la disponibilità di terra e altre risorse naturali, ragioni geografiche, culturali, storiche e specifiche del paese ospitante come la politica supporto o opportunità di mercato.

    Nel rapporto del Focsiv del 2019 sono riportati alcuni di questi casi: quello delll’Etiopia per l’Africa Orientale, del Mali per l’Africa Occidentale, della Repubblica Democratica del Congo per l’Africa Centrale, del Madagascar per l’Africa Meridionale.

    Il dossier rileva che “in Mali si concentrano numerose grandi imprese anglofone per l’estrazione dell’oro che sversano materiali tossici e diffondono polveri che inquinano terre ed acque, e che minano la salute delle comunità. Comunità che vengono informate e coinvolte in modo insufficiente, senza trasparenza e consultazioni ben condotte, con rimedi e compensazioni limitate, contravvenendo quindi alle norme internazionali e ai codici nazionali sulla gestione fondiaria e sulle miniere”. Stessa modalità anche nel caso della multinazionale Glencore in Congo, dove le sue miniere hanno contaminato terreni e fiumi.

    Una notizia positiva africana arriva invece dalla legislazione del Mali del 2017 per la formalizzazione dei diritti consuetudinari sulla terra che è stata salutata positivamente dalla Convergenza Maliana contro gli Accaparramenti di Terre e dalle mobilitazioni che nell’ultimo anno, come in passato, hanno portato benefici alle popolazioni. Un caso risale al 2009, quando le manifestazioni delle comunità locali contro gli accordi per l’accaparramento delle terre hanno mobilitato una forte opposizione che ha provocato la caduta del governo del Madagascar. Un caso più recente si è verificato in Etiopia. Qui le contestazioni dei giovani studenti delle comunità Omoro contro l’imposizione del grande nuovo piano urbanistico ed industriale di Addis Abeba hanno creato una situazione di instabilità politica che ha portato a un ricambio di leadership. Gli oromo avevano protestato più volte contro il piano governativo di landgrabbing che da anni toglieva terre ai contadini del posto in favore di grosse aziende straniere. Il piano prevedeva di espandersi per 1,5 milioni di ettari intorno alla regione, sfrattando gli agricoltori locali.

    In Asia

    La mancanza di terra e di un accesso sicuro a terra, acqua e risorse forestali sono state identificate come questioni prioritarie da molte organizzazioni di piccoli agricoltori in Asia. Le acquisizioni di terra su larga scala restano una grave minaccia per il sostentamento di molti. Come rileva la Lmi spesso le acquisizioni sono circondate dal segreto e questo consente a potenti funzionari, aziende e individui di arricchirsi a spese della popolazione locale.

    A febbraio 2019, il database Land Matrix aveva registrato 1.105 acquisizioni di terra su larga scala in Asia, coprendo 19.396.447 milioni di ettari. Di questi accordi, 864 (78%), che riguardano 15.942.266 milioni di ettari, sono stati e conclusi e 123 (11%), ovvero riferiti a 1.515.281 milioni di ettari, sono in previsione previsti, mentre lo stato di 77 (7%), 796.485 ettari, è ancora sconosciuto. Solo 41 operazioni (4%), che coprono 1.142.415 ettari, non si sono concretizzate a causa di trattative fallite o di cancellazioni. La maggior parte delle acquisizioni di terra su larga scala sono concentrate nel Sud-Est asiatico e riguardano l’agricoltura, la conservazione, la silvicoltura, l’industria, le energie rinnovabili e il turismo. In Asia centrale le acquisizioni di terra su larga scala sono principalmente associati all’interazione di terreni agricoli, in particolare pascoli e progetti minerari.

    Una fenomeno recente e in crescita è infatti la conversione dei pascoli in terreni coltivati ​​o altri tipi di uso del suolo, con il “coinvolgimento di investitori stranieri poiché il governo assegna i terreni agricoli a sistemi di uso del territorio più efficienti apparentemente per aumentare l’efficienza economica attirando investimenti per l’agricoltura terre che sono state abbandonate dopo la privatizzazione di cooperative gestite dallo stato”. Dei 23 paesi coperti dal database, i primi sei paesi con il maggior numero di contratti di proprietà sono Cambogia, Indonesia, Filippine, Laos, Vietnam e India.

    Chi fa cosa
    Land Matrix Initiative

    La Land Matrix Initiative (Lmi) è stata istituita nel 2009 per raccogliere dati sulla acquisizioni di terra su larga scala. È composto da  partner globali e regionali  e “mira a facilitare una comunità di sviluppo aperta di cittadini, ricercatori, responsabili politici e specialisti tecnologici per promuovere la trasparenza e la responsabilità nelle decisioni sugli accordi fondiari nei paesi a basso e medio reddito in tutto il mondo.” L’Lmi è coordinato da cinque organizzazioni globali e cinque punti di osservazione regionali.

    La piattaforma web acquisisce e condivide i dati sulle acquisizioni di terra su larga scala a livello globale, regionale e nazionale, compresi i tentativi previsti, conclusi e falliti di acquisire terreni attraverso l’acquisto, la locazione o la concessione di produzione agricola, estrazione del legname, commercio del carbonio, industria, produzione di energia rinnovabile, conservazione e turismo nei paesi a basso e medio reddito. La prima versione del database Land Matrix è stata lanciata nell’aprile 2012 e ha fornito una panoramica sistematica degli investimenti agricoli su larga scala.

    Focus 1
    In Sud America

    Le acquisizioni di terra su larga scala in America Latina e Caraibi si inseriscono nella lunga storia di appropriazione di terra e risorse naturali da parte di attori esterni che ha portato a una vasta deforestazione e all’espansione di agricoltura estensiva basata sulla produzione di prodotti agricoli per i mercati esterni. Secondo l’Lmi “questo modello di agroalimentare riduce la sovranità alimentare locale e aumenta la dipendenza da parti interessate esterne, come società di marketing, fornitori di tecnologia e produttori transnazionali di prodotti agrochimici”.

    Il rapporto del Focsiv fornisce come esempio di land grabbing latino americano quello legato alla costruzione del Hidrovía Amazónica che influenzerà la società e il territorio di Loreto, in Perù, in molteplici modi. In questo caso “non si tratta di una reale espropriazione di terreni da parte di soggetti terzi, ma è possibile affermare che il risultato sia lo stesso, operato attraverso una forma più sottile ed indiretta”. Il grande investimento infrastrutturale ha infatti importanti conseguenze sui territori nei quali tradizionalmente vivono le popolazioni native dell’Amazzonia peruviana, cambiando drasticamente il rapporto che essi stessi hanno con la terra e provocando un peggioramento delle loro condizioni di vita e possibili espulsioni o emigrazioni.

    Focus 2
    In Europa Orientale

    Acquisizioni di terreni su larga scala sono avvenute in Europa Orientale, con grandi aree di terreni agricoli che sono diventati di proprietà di investitori multinazionali. Allo stesso tempo, l’aumento della povertà, la mancanza di istruzione e la migrazione dei giovani verso i paesi dell’Europa Occidentale hanno indebolito le comunità rurali e le hanno esposte a interessi speculativi.

    Lmi rileva che la proprietà fondiaria si è trasformata nell’Europa dell’Est negli ultimi 25 anni a ritmi diversi. Ad esempio, in alcuni paesi, come la Bulgaria, esistono mercati congiunti con l’Unione europea, mentre altri, come l’Ucraina, hanno introdotto una moratoria sull’introduzione del commercio di terreni agricoli. Vari attori della società civile nazionale stanno rivedendo gli accordi sulla terra su richiesta delle comunità locali, in particolare per quanto riguarda lo sviluppo di enormi allevamenti di animali.

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