Dossier Agenda 2030/ Crisi climatica e disuguaglianze (19)

    Questo dossier fa parte degli approfondimenti dedicati all’Agenda 2030 e analizza il target 13: lotta contro il cambiamento climatico.

    A pagare il prezzo più alto della crisi climatica sono i poveri e gli emarginati. A confermare questo nesso, più volte analizzato anche dall’Atlante delle Guerre (vedi sezione link utili e correlati), è uno studio condotto dai ricercatori Noah S. Diffenbaugh e Marshall Burke e pubblicata dalla rivista scientifica PnasProceedings of the National Academy of Sciences. In estrema sintesi l’analisi rivela che il divario economico tra paesi ricchi e poveri sarebbe stato più piccolo senza la crisi climatica.

    Di seguito analizziamo alcuni dei tratti del rapporto.

    Crisi climatica e povertà

    Anche le persone che non vivono in condizioni di estrema povertà sono, secondo la Ong Action Aid International, a rischio. Un esempio è il Senegal, dove nel delta del Saloum l’innalzamento del livello del mare sta rendendo difficile per le comunità coltivare o pescare. Per questo le persone sono costrette a migrare e diventano manodopera non qualificata nelle aree urbane.

    A Madrid, oltre il 20% delle famiglie è a rischio di povertà energetica perché non hanno la possibilità di mantenere le case calde in inverno e fresche in estate. Un altro Paese estremamente colpito nell’ultimo anno è il Mozambico, che primi mesi del 2019 ha subito due eventi catastrofici ravvicinati. Secondo Oxfam International i due cicloni hanno lasciato 2,6 milioni di persone bisognose di cibo, riparo e acqua pulita. Migliaia di persone hanno dovuto cercare un nuovo posto dove vivere. Secondo il Centro di monitoraggio degli spostamenti interni con sede in Svizzera, erano circa sette milioni (su un totale di 10,8 milioni di persone sfollate internamente tra gennaio e giugno di quest’anno) le persone costrette a lasciare le proprie case a causa di disastri meteorologici e terremoti.

    Le conseguenze arrivano anche negli Stati Uniti. Uno studio del 2017 pubblicato sulla rivista peer-reviewed, Science, afferma che le temperature più elevate, ad esempio in Arizona, porteranno a un uso più intenso dei sistemi di raffreddamento, che a sua volta implicherà un maggiore consumo di energia e costi più elevati per i consumatori.

    Le donne saranno più colpite

    Il rischio per le famiglie con la madre come capofamiglia saranno colpite tra il 35 e il 120% in più rispetto alle altre. Le donne anziane che vivono sole e le madri single sono, secondo le rilevazioni, particolarmente vulnerabili. Le donne sono state infatti individuate come coloro che hanno più probabilità di subire le conseguenze dei cambiamenti climatici.

    Ad esempio quando non si hanno raccolti, le famiglie contadine in difficoltà sono spesso costrette a ritirare i propri figli da scuola e sono sempre le ragazze le prime. Per fare un esempio europeo, poi, la pensione media più alta tra le donne a Madrid è inferiore alla pensione media più bassa per gli uomini: nel 50% dei casi quindi le famiglie di madri single vivono al di sotto della soglia di povertà.

    Chi fa cosa
    Lo studio

    La disuguaglianza globale tra i paesi è diminuita nell’ultimo mezzo secolo ma, secondo lo studio, esiste una probabilità del 90% che il riscaldamento globale abbia rallentato questo calo. Anche se non si può dire con certezza che il riscaldamento globale abbia giovato ad alcuni paesi ricchi e temperati, per la maggior parte dei paesi poveri esiste una forte probabilità che il Pil pro capite sia più basso oggi che se non si fosse verificato il riscaldamento globale.

    Secondo lo studio, quindi, molti paesi poveri sono stati poi significativamente danneggiati dal riscaldamento derivante dal consumo di energia dei paesi ricchi.

    Focus 1
    Crisi climatica e Pil

    La crisi climatica e il riscaldamento globale sono strettamente collegati al Pil pro capite. Lo studio rileva infatti che il prodotto interno lordo dell’India, per esempio, è inferiore di circa il 30% rispetto a quello che sarebbe stato senza riscaldamento.

    Gli autori rilevano poi che anche il Pil pro capite del Brasile ha subito una riduzione del 25%. Stando ai dati forniti dall’indice globale sul rischio climatico della Ong Germanwatch, otto dei dieci paesi più colpiti da eventi meteorologici estremi (come uragani e piogge monsoniche) tra il 1998 e il 2017, erano nazioni in via di sviluppo con reddito medio-basso o medio. 

    Sebbene, infatti, le catastrofi naturali non siano nuove, i cambiamenti climatici aumentano la loro frequenza e intensità, rendendo più difficile per le persone colpite far fronte alle conseguenze. Succede infatti spesso che mentre i Paesi tentano di ricostruire e riprendersi dalla catastrofe siano nuovamente colpiti.

    Focus 2
    La prevenzione

    Nel contesto globale la prevenzione dei fenomeni climatici diventa fondamentale. Lo studio rileva infatti che la pianificazione preventiva sia la chiave per ridurre il divario di disuguaglianza accentuato dai cambiamenti climatici. Lo studio rileva infatti il caso del Bangladesh che “ha migliorato la sua posizione nell’indice di rischio climatico perché si occupa degli impatti dei cambiamenti climatici meglio di altri paesi”.

    Tra le misure intraprese c’è la costruzione di dighe per prevenire le inondazioni e l’introduzione di sistemi di allerta precoce per evacuare le persone in tempo e di meccanismi di protezione sociale per aiutare le persone a trasferirsi. Dal momento che i paesi più colpiti dalla crisi climatica spesso non hanno capacità economica, il sostegno internazionale svolge un ruolo decisivo.

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